Il 13 gennaio emerge più volte nella storia come un punto di tensione, in cui l’ambizione umana, il costo degli errori e la forza delle idee si incontrano in modo netto. Non è una data di continuità tranquilla, ma un giorno che registra passaggi decisivi, destinati a restare nella memoria collettiva e a influenzare a lungo il corso degli eventi.
In anni diversi, il 13 gennaio ha segnato la nascita di un simbolo nazionale, una tragedia in tempo di pace con gravi perdite umane e la scomparsa di una figura che ha trasformato il linguaggio della cultura visiva. Eventi distinti, non collegati tra loro, ma uniti da un significato comune: mostrano come decisioni, responsabilità e visioni individuali possano incidere profondamente sulla società.
La storia di questa data si costruisce attraverso fatti concreti, numeri e conseguenze reali. Per questo il 13 gennaio non appare come un semplice giorno del calendario, ma come una sintesi di ambizione, responsabilità e conflitto che attraversa la storia contemporanea.
1910 — la nascita della Nazionale italiana di calcio e l’inizio di una storia di vittorie
Il 13 gennaio 1910 rappresenta una data fondativa per lo sport italiano. In quel giorno venne formalmente avviato il processo di creazione della squadra nazionale di calcio, un atto che trasformò il calcio da pratica frammentata e locale in un progetto nazionale strutturato. Da quel momento, il calcio italiano iniziò un percorso misurabile non solo in termini simbolici, ma soprattutto attraverso risultati concreti: partite ufficiali, titoli, finali e statistiche che avrebbero collocato l’Italia tra le potenze storiche del calcio mondiale.
I primi anni e i risultati iniziali (1910–1929)
Dopo la decisione del gennaio 1910, la Nazionale disputò la sua prima partita ufficiale il 15 maggio 1910 a Milano contro la Francia, vincendo con il punteggio netto di 6–2. Nello stesso anno l’Italia giocò altre due gare ufficiali, entrambe vinte. Nei primi quattro anni di attività, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, la Nazionale collezionò 11 partite ufficiali, con 7 vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte.
Alle Olimpiadi del 1912 l’Italia raggiunse i quarti di finale, mentre ai Giochi del 1920 chiuse al quarto posto, risultato che rappresentò il primo segnale concreto della competitività internazionale della squadra. In questo periodo iniziale il bilancio complessivo mostrava già una percentuale di vittorie superiore al 60%, dato rilevante per una selezione ancora in fase di costruzione.
L’era dei primi trionfi mondiali (1934–1938)
Il salto definitivo avvenne negli anni Trenta. Nel 1934, l’Italia ospitò il Campionato del Mondo e lo vinse, superando la Cecoslovacchia in finale per 2–1 dopo i tempi supplementari. Fu il primo titolo mondiale nella storia della Nazionale.
Quattro anni più tardi, al Mondiale del 1938 in Francia, l’Italia confermò il proprio dominio battendo l’Ungheria in finale per 4–2. Con questa vittoria, la squadra diventò campione del mondo per la seconda volta consecutiva, risultato che consolidò l’Italia come una delle principali forze del calcio internazionale.
Alla fine degli anni Trenta, il palmarès era già impressionante:
2 Campionati del Mondo (1934, 1938)
1 oro olimpico (1936)
oltre 70 partite ufficiali con una percentuale di vittorie superiore al 65%
Difficoltà e ricostruzione nel dopoguerra (1948–1966)
Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu complesso. L’Italia partecipò ai Mondiali del 1950 e del 1954 senza superare la fase a gironi. Il punto più critico arrivò nel 1966, quando la Nazionale venne eliminata al primo turno dopo la sconfitta per 1–0 contro la Corea del Nord. Nonostante ciò, anche in questi anni la squadra mantenne una presenza costante nelle competizioni internazionali, accumulando esperienza e continuità organizzativa.
Il ritorno al vertice europeo e mondiale (1968–1982)
La svolta arrivò nel 1968, con la vittoria del Campionato Europeo. Dopo un pareggio nella prima finale contro la Jugoslavia, l’Italia vinse la ripetizione per 2–0, conquistando il suo primo titolo continentale.
Nel 1982, ai Mondiali in Spagna, la Nazionale ottenne il terzo titolo mondiale, battendo la Germania Ovest in finale per 3–1. Questo successo riportò l’Italia stabilmente tra le élite del calcio globale. A quel punto il bilancio storico comprendeva:
3 titoli mondiali (1934, 1938, 1982)
1 titolo europeo (1968)
oltre 400 partite ufficiali disputate
La quarta stella e i successi recenti
Il 2006 segnò un altro apice. Al Mondiale in Germania, l’Italia vinse la finale contro la Francia ai rigori per 5–3, dopo l’1–1 dei tempi regolamentari e supplementari. Questo successo consegnò alla Nazionale il quarto titolo mondiale, simbolizzato dalla quarta stella sulla maglia.
Nel 2021, l’Italia conquistò il suo secondo Campionato Europeo, vincendo la finale di Euro 2020 contro l’Inghilterra ai rigori per 3–2, dopo l’1–1 dei tempi regolamentari.
Bilancio storico complessivo
Considerando oltre un secolo di attività, i dati complessivi della Nazionale italiana sono tra i più solidi nella storia del calcio:
4 Campionati del Mondo (1934, 1938, 1982, 2006)
2 Campionati Europei (1968, 2020)
2 bronzi olimpici (1928, 2004)
oltre 800 partite ufficiali
più di 450 vittorie
percentuale media di vittorie intorno al 55%
Il significato del 13 gennaio 1910
Tutti questi risultati trovano origine nel 13 gennaio 1910. Quella data segnò l’inizio di un percorso misurabile, fatto di numeri, titoli e statistiche verificabili. La creazione della Nazionale non fu un atto simbolico isolato, ma la base concreta di una delle storie sportive più vincenti al mondo.
Questa prima parte della trilogia dedicata al 13 gennaio fissa l’inizio di un cammino che, attraverso successi documentati e risultati precisi, ha reso il calcio uno degli elementi più riconoscibili dell’identità italiana.
2012 — il naufragio della Costa Concordia al largo dell’Isola del Giglio
Il 13 gennaio 2012 è una data che ha segnato in modo profondo la storia recente dell’Italia e della navigazione passeggeri internazionale. In quella sera d’inverno, la nave da crociera Costa Concordia urtò scogli sommersi a circa 500 metri dal porto dell’Isola del Giglio, provocando una delle più gravi catastrofi marittime in tempo di pace. L’impatto causò una falla di circa 70 metri nello scafo; la nave perse rapidamente propulsione ed energia elettrica, subì un forte sbandamento e finì adagiata su un fianco a ridosso della costa. Il bilancio umano fu pesante: 32 vittime, 80 feriti, 2 dispersi, mentre tutte le 4.229 persone a bordo, tra passeggeri ed equipaggio, furono evacuate.
La nave e il contesto del viaggio
Entrata in servizio nel 2006, Costa Concordia era considerata un simbolo della moderna industria crocieristica. Con oltre 290 metri di lunghezza e un tonnellaggio superiore alle 110.000 tonnellate, offriva a bordo teatri, ristoranti, piscine e centinaia di cabine. Il viaggio del 13 gennaio faceva parte di un itinerario nel Mediterraneo occidentale, con tappe previste in porti italiani e internazionali.
La sera dell’incidente, tuttavia, la nave si avvicinò all’Isola del Giglio per una manovra non prevista dal piano di navigazione ufficiale: un passaggio ravvicinato alla costa, noto informalmente come “saluto all’isola”. Questa scelta ridusse drasticamente i margini di sicurezza in una zona caratterizzata da fondali rocciosi e cartografia complessa.
L’urto e la perdita di controllo
Intorno alle 21:45, a una velocità superiore ai 15 nodi, lo scafo entrò in contatto con uno scoglio affiorante. L’urto aprì la falla lungo il lato sinistro, interessando più compartimenti stagni e provocando l’allagamento della sala macchine. In pochi minuti la nave rimase senza energia elettrica, senza propulsione e con sistemi di bordo compromessi.
Sotto l’azione del vento e delle correnti, la Costa Concordia iniziò a derivare, compiendo una lenta rotazione fino ad arenarsi vicino alla costa. Lo sbandamento raggiunse valori estremi, rendendo inagibili molte aree interne e complicando drasticamente qualsiasi operazione di emergenza.
L’evacuazione in condizioni critiche
A bordo si trovavano persone di molte nazionalità, famiglie con bambini e passeggeri anziani. L’evacuazione avvenne in condizioni difficilissime: buio, inclinazione delle superfici, confusione e comunicazioni incomplete. Alcune scialuppe non poterono essere utilizzate a causa dello sbandamento, costringendo a soluzioni alternative e a tempi più lunghi.
Nonostante le criticità, l’evacuazione fu portata a termine. Un ruolo determinante lo ebbero gli abitanti dell’Isola del Giglio, che offrirono assistenza immediata, rifugio, coperte e supporto medico ai naufraghi. La risposta della comunità locale fu riconosciuta come un esempio di solidarietà e prontezza civile.
Le vittime e i feriti
Il bilancio umano rimase tragico. Trentadue persone persero la vita, in gran parte intrappolate nei compartimenti inferiori nelle fasi iniziali dell’incidente. Ottanta persone riportarono ferite di varia entità: traumi, fratture, contusioni, ipotermia e gravi conseguenze psicologiche. Due passeggeri furono a lungo considerati dispersi; le operazioni di ricerca, complesse e rischiose, portarono in seguito al ritrovamento dei corpi all’interno dello scafo.
Ogni vittima rese evidente quanto sottile possa essere il confine tra sicurezza percepita e rischio reale, anche a bordo di navi dotate di tecnologie avanzate.
L’impatto ambientale e l’operazione di rimozione
Dopo il naufragio, la nave rimase adagiata sul fondale per oltre due anni. L’area era particolarmente sensibile dal punto di vista ambientale, e la priorità fu evitare sversamenti di carburante e danni all’ecosistema marino. Fu avviata una delle più complesse operazioni di ingegneria marittima mai realizzate: stabilizzazione dello scafo, raddrizzamento controllato e successivo rimorchio verso un porto attrezzato per lo smantellamento.
L’intervento richiese tecnologie avanzate, migliaia di ore di lavoro e un investimento di centinaia di milioni di euro. La rimozione completa della nave segnò la conclusione di una fase lunga e delicata, seguita con attenzione dall’opinione pubblica internazionale.
Conseguenze normative e culturali
La catastrofe ebbe ripercussioni immediate sulle normative di sicurezza marittima. Furono rafforzate le regole sulla navigazione costiera, ridefinite le procedure di evacuazione e intensificati i controlli sulla formazione dei comandanti e degli ufficiali. Il caso divenne oggetto di studio in ambito accademico e professionale, come esempio di come decisioni operative non conformi possano avere effetti sistemici.
Sul piano culturale, il naufragio della Costa Concordia rimase impresso nella memoria collettiva come simbolo della vulnerabilità dei sistemi complessi quando il fattore umano devia dalle procedure. Il contrasto tra l’immagine di lusso e sicurezza della crociera e la realtà della notte del 13 gennaio colpì profondamente l’opinione pubblica.
Una data che resta nella storia
Il 13 gennaio 2012 rappresenta una cesura netta nella percezione della sicurezza marittima. La vicenda della Costa Concordia mostrò che, anche in un’epoca di tecnologia avanzata, la responsabilità individuale e il rispetto delle regole restano elementi decisivi. L’immagine della nave inclinata davanti all’Isola del Giglio divenne un monito duraturo: la sicurezza non è mai garantita in modo automatico e richiede disciplina, trasparenza e rispetto rigoroso delle procedure.
1971 — la morte di Nerio Bernardi, interprete silenzioso del cinema e del teatro italiano
Oliviero Toscani
(Milano, 28 febbraio 1942 – Cecina, 13 gennaio 2025)
Il 13 gennaio 2025 si è conclusa la vita di Oliviero Toscani, uno dei fotografi più influenti, discussi e determinanti della cultura visiva contemporanea. Nato nel 1942, Toscani non è stato soltanto un autore di immagini iconiche, ma un vero e proprio costruttore di linguaggio: attraverso la fotografia ha messo in crisi le regole della pubblicità, dell’estetica commerciale e del rapporto tra immagine e morale. La sua morte segna la fine di una stagione in cui la fotografia ha osato essere scomoda, aggressiva e apertamente conflittuale.
Origini e formazione
Oliviero Toscani nacque a Milano in una famiglia già profondamente legata alla fotografia. Suo padre, fotoreporter per importanti testate italiane, gli trasmise molto presto l’idea che l’immagine non dovesse abbellire la realtà, ma raccontarla nella sua verità, anche quando questa risultava dura o disturbante. Fin dall’inizio, la fotografia per Toscani fu uno strumento di presa di posizione, non di decorazione.
La sua formazione avvenne a Zurigo, presso la Kunstgewerbeschule, una delle scuole più avanzate d’Europa nel campo delle arti applicate. Qui entrò in contatto con il pensiero modernista, con il rigore del design svizzero e con una concezione etica della comunicazione visiva. Da questo periodo nacque una convinzione che avrebbe guidato tutta la sua carriera: un’immagine che non provoca una reazione è un’immagine fallita.
Collaborazioni con i grandi marchi
Nonostante la sua attitudine radicale, Toscani lavorò con alcune delle più importanti aziende della moda e del lifestyle internazionale. Nel corso della sua carriera realizzò campagne e progetti fotografici per marchi come:
Benetton, collaborazione centrale e storica
Esprit
Valentino
Chanel
Fiorucci
Prénatal
Jesus Jeans
Armani (soprattutto nei primi anni e in ambito editoriale)
Il sodalizio con Benetton, iniziato negli anni Ottanta, rappresentò una rottura epocale. Toscani eliminò quasi del tutto il prodotto dall’immagine pubblicitaria, sostituendolo con fotografie che affrontavano temi come il razzismo, la pena di morte, l’AIDS, la guerra, la religione, l’immigrazione e la violenza. La pubblicità divenne così uno spazio di dibattito pubblico e di shock morale.
Una fotografia che rifiuta il comfort
Lo stile di Toscani era diretto, privo di abbellimenti, volutamente anti-glamour. Le sue immagini erano spesso frontali, crude, quasi documentaristiche. Non cercava la bellezza, ma l’impatto. Non cercava consenso, ma reazione. Questa scelta lo rese una figura estremamente divisiva: ammirato da chi vedeva nella sua opera un atto di coraggio civile, criticato da chi lo accusava di sfruttare il dolore e il conflitto.
Per Toscani, tuttavia, l’indifferenza era il vero nemico. Più volte dichiarò che uno scandalo era preferibile al silenzio, perché almeno costringeva lo spettatore a prendere posizione. La fotografia, nella sua visione, aveva il dovere di disturbare.
Scandali e risonanza internazionale
Molte delle sue campagne furono censurate o vietate in diversi paesi. Le immagini dei condannati a morte negli Stati Uniti, dei malati terminali di AIDS o dei simboli religiosi reinterpretati in chiave critica generarono cause legali, proteste e boicottaggi. Allo stesso tempo, queste stesse immagini entrarono nei musei, nei manuali universitari e nei dibattiti culturali come esempi di comunicazione radicale.
Toscani divenne così una figura centrale non solo nella fotografia, ma nel discorso sulla responsabilità sociale dei media e delle aziende. Dimostrò che un marchio poteva assumersi il rischio di una posizione etica, pagando un prezzo ma ottenendo una risonanza globale.
Gli ultimi anni e l’eredità
Negli ultimi anni della sua vita, Toscani continuò a insegnare, a fotografare e a intervenire nel dibattito pubblico con dichiarazioni spesso provocatorie. Rimase fino alla fine una figura scomoda, refrattaria al compromesso e alle logiche dell’autocelebrazione. La sua influenza è chiaramente visibile nella fotografia sociale, nella comunicazione politica e nelle campagne contemporanee che utilizzano l’immagine come strumento di denuncia.
La sua eredità non consiste soltanto in fotografie celebri, ma in un metodo: usare l’immagine come atto di responsabilità. Toscani ha dimostrato che anche la pubblicità può essere un luogo di conflitto etico e che il fotografo non è mai neutrale.
Un segno indelebile nella cultura visiva
Con la morte di Oliviero Toscani, avvenuta il 13 gennaio 2025, si chiude una delle stagioni più radicali della fotografia europea. Il suo lavoro continua a essere studiato, discusso e contestato, segno di un’eredità viva e ancora attiva. In un mondo saturo di immagini innocue e consumabili, Toscani ha lasciato un insegnamento chiaro: la fotografia può — e forse deve — essere una forma di presa di posizione.










